di Vito Accettura, insegnante del Laboratorio Cultura Yoga
Introduzione ad una lezione Yoga che sviluppa il tema: Come la qualità della pratica agisce nella relazione corpo-mente.
" Titolo: praticare Yoga a partire dalla distensione.
Prima di iniziare la pratica, vorrei continuare a condividere con voi alcune riflessioni su come il nostro corpo si muove e su come, costantemente, la qualità del movimento abbia un riflesso sul piano mentale.
Il nostro corpo, oltre ad una memoria muscolare possiede un’intelligenza profonda e innata.
Anche quando siamo fermi o rilassati, i muscoli non sono mai completamente spenti: mantengono una lieve tensione di base, chiamata “tono muscolare”.
Questo tono non serve a creare rigidità, ma permetterci di muoverci in sicurezza proteggendo la stabilita delle articolazioni.
Come funziona questo tono?
All’interno dei muscoli e dei tendini esistono dei recettori, che percepiscono continuamente quanto un muscolo si allunga e quanta tensione sta sopportando.
Questi recettori inviano informazioni al sistema nervoso che, come un direttore d’orchestra, ascolta, valuta e risponde in ogni istante: decide quanto tenere i muscoli pronti oppure quanto permettere loro di lasciarsi andare.
Succede che, quando siamo sotto stress, oppure ci sentiamo in pericolo o sotto pressione, questo sistema aumenta la vigilanza: il tono muscolare sale, i muscoli diventano più rigidi e il corpo tende a trattenere e contrarsi.
Quando invece, come nella pratica Yoga, entriamo in uno stato di calma, di respiro consapevole e di presenza, il sistema nervoso riceve un messaggio diverso, come dire “sei al sicuro”.
In risposta, il tono muscolare si abbassa gradualmente, ma non si spegne del tutto — perché la protezione rimane — si fa solo molto più disponibile.
È proprio questo cambiamento sottile che cerchiamo nella pratica: non cerchiamo di forzare il corpo oltre i suoi limiti, ma di creare le condizioni interiori perché il corpo possa fidarsi e aprirsi, lasciare andare la propria rete di protezione troppo attiva.
Lavorando in uno stato di rilassamento i recettori diventano meno difensivi e i muscoli possono distendersi più profondamente attenuando il controllo continuo.
Per questo una posizione si approfondisce non quando spingiamo di più ma quando rallentiamo, quando smettiamo di “voler arrivare” e iniziamo semplicemente ad ascoltare.
Ogni volta che accogliendo una posa lasciamo andare invece che spingere o combattere, non stiamo solo rinunciando allo sforzo, ma stiamo permettendo al corpo di trovare un equilibrio più naturale tra sostegno e morbidezza.
Si tratta di un cambiamento di prospettiva in cui impariamo a lavorare a partire dalla distensione piuttosto che dallo sforzo permettendo al corpo di ritrovare degli spazi inaspettati.
Concludo con una domanda aperta ad una vostra libera riflessione:
“Se sul tappetino impariamo a smettere di sforzare e troviamo più spazio, cosa succede se proviamo a fare lo stesso nella nostra quotidianità, nell’affrontare le difficoltà della vita?”
A voi la risposta… vi dò solo due imput:
1) “lo sforzo” può diventare una vera e propria “forma mentale” che poi si applica di default in ogni circostanza della vita
2) Concettualmente uso della forza e sforzo non sono la stessa cosa (...di questo ne parleremo prossimamente)
Dove ci vuole portare questa riflessione?
Alla fine, il tipo di approccio che applichiamo nello Yoga, sul nostro tappeto, si riflette inevitabilmente anche nel modo in cui viviamo la nostra quotidianità.
Così come sappiamo muoverci nello Yoga, ci muoviamo nella vita.
Così come pensiamo nello Yoga, pensiamo nella vita.
In questo senso, la pratica diventa uno strumento di conoscenza di sé, un mezzo per imparare a muoverci con maggiore consapevolezza anche fuori dal tappeto.
Lo Yoga è, in un certo senso, una parafrasi della vita: una lettura più profonda di chi siamo, di come agiamo e di come ci relazioniamo al mondo.
...su questi concetti si sviluppa la nostra pratica di oggi…"
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